“Oltre il Sahara” di Giovanni Mereghetti, non è più solo un ricordo
L’intero ricavato della vendita del libro finanzierà progetti di assistenza umanitaria rivolti alla popolazione di Chinguetti (Mauritania)

Ci sono tanti modi per scrivere, per fotografare, per viaggiare, per amare. Per la stesura di un articolo bisognerebbe non dimenticare la “terza persona”, le indicazioni espresse dalle cinque “w”, la sintassi. E il lessico. Questo però non è un articolo qualunque, non è neppure un racconto volto a diventare romanzo. E’ un ricordo, di quelli che bussano alla porta nelle giornate di nebbia, quando i pensieri vagano oltre il confine della percezione. Risuonano sempre, perché negli anni e nella credibilità, hanno messo radici e permeato il carattere, rendendolo partecipe.
Un tempo dispari, in levare, di quelli stoppati e poi, di colpo ritmati e dolci di una sinfonia “nera” sgangherata. A immagine e somiglianza delle vie mondo, fatte di buche e curve a gomito. Bisognerebbe adottare questo stile per descrivere una sensazione del genere.
Uso la “prima persona”, perché non posso fare altrimenti, dimenticandomi delle regole in quanto mi è impossibile rispettarle. Per narrare la vita, quella che si snoda tra i cazzotti del subconscio, è bene utilizzare la lingua di strada: quella sporca, sguaiata, impolverata.
Ero un bambino quando sedevo sulle gambe di papà per godermi il lusso di una storia raccontata con il giusto timbro di voce e l’enfasi necessaria ad emozionare.
Ricordo le fotografie del deserto, gli scarabocchi illeggibili sui taccuini Moleskine, le immagini appese in ufficio, le chiacchierate a letto, prima che il sonno mi portasse via. Vestivano il sapore del tempo, di gesta nobili, di cammini lontani. Le ricordo bene. Avevano anche la sigla finale, quei racconti: una canzoncina cantata a bassa voce nell’orecchio, quasi a non voler svelare i nostri segreti.
Da qualche parte ho sentito dire che un padre e un figlio nascono insieme, dopotutto. E come poter pensare diversamente: ai quei tempi ero tanto piccolo e lui tanto giovane. Ma la passione, seppur embrionale, aveva già fondato il suo partito. Ero disposto ad ascoltarlo e seguirlo, quel padre “vagabondo”.
Ho consumato, negli anni, una videocassetta dalla custodia grigia, sulla quale era appiccicata un’etichetta bianca con una scritta a pennarello indelebile punta grossa: “Oltre il Sahara”.
I filmati di quel nastro sono stati i miei compagni d’infanzia, i miei angeli custodi. Avevano la voce di Alex Poli e il volto di Thierry Sabine: il grande speaker radiofonico e il fondatore dell’epica Parigi-Dakar.
Papà con me, ogni volta con le lacrime agli occhi perché, nonostante li conoscesse a memoria, riusciva sempre a commuoversi.
Ricordo una fotografia in particolare, una vecchia automobile nelle sabbie del grande deserto. Il babbo la conserva in un album verde posto nella libreria. Mi sono sempre chiesto chi ci fosse nell’abitacolo di quella vettura. Fino a quando, crescendo, capii che al volante di quella Renault 12, disperso in un luogo non definito dell’Africa, c’era lui: il mio vecchio “vagabondo”. Aveva 25 anni, era il millenovecentoottantasei.
E’ risaputo, la sabbia sollevata dalle più grandi tempeste, dopo qualche tempo ritorna a depositarsi al suolo, in attesa di un’altra folata, o di una goccia di pioggia. Non è stato il nostro caso, probabilmente quel vento che ha accompagnato mio padre oltre il Sahara, non ha ancora cessato le sue urla. Ecco perché il ricordo è sempre rimasto vivo, tra una storia e un aneddoto raccontato e ricollocato alla rinfusa nella memoria.
Qualche tempo fa, in una sera come tante, mi squilla il telefono. “Papà Cell”: “Hermes, sai,  sto scrivendo un libro, ne sento il bisogno. Ricordi quella Renault che “volava” nel deserto?”.
Dopo trentaquattro anni, probabilmente è arrivato il momento giusto per rivivere e ripercorrere i sentieri che lo hanno portato in Costa d’Avorio, navigando nel Mar Mediterraneo, mettere piede in Tunisia. Poi ancora verso sud, sulle piste polverose dell’Algeria, del Niger e del Burkina Faso. Un viaggio, o meglio, una scuola di vita in cui misurarsi con la natura dell’essere, con il primordiale spirito della curiosità di un ragazzo in cammino verso una meta che risiedeva solo nel profondo del suo cuore.
Non è stata una vacanza quel viaggio: nessuna prenotazione, nessun appuntamento, nessun orario da rispettare, e soprattutto nessuna zona di confort. Gli occhi degli sconosciuti e le stelle sono stati i suoi compagni sulla strada, amici fedeli che insieme a lui condividevano un frammento di follia, di fuga. Migliaia di chilometri macinati a bordo di una vecchia Renault in debito di forze, e altrettanti percorsi all’interno della propria coscienza. Un viaggio di un tempo, di quelli che ora sono stati spazzati via dalle convinzioni imposte dal web e dalle architravi che si ergono sempre di più nelle nostre menti.
“Oltre il Sahara”, oggi, non è più solo un ricordo fatto di amore. Quel viaggio in terre lontane, sul quale il tempo non è mai riuscito a depositare polvere, è diventato un libro.
Sono convinto che quest’opera, prima o poi, andava scritta. Non poteva rimanere un semplice diario di viaggio annotato su un quaderno. Quelle storie che papà mi narrava a bassa voce prima di farmi addormentare, dovevano prendere forma, diventare importanti anche per qualcun’altro.
L’Africa che sempre lo ha attratto e ospitato, senza mai chiedergli nulla in cambio, necessita oggi di una sua ricompensa, di una carezza fatta di rispetto e amore per la propria gente. La sua seconda famiglia, che lo ha sempre riportato alle origini, per concedergli l’umiltà necessaria ad affrontare la frenetica corsa dell’occidente, ha bisogno di un pensiero, ha urgenza di un sorriso.
E’ sulla sorta di quanto espresso poc’anzi, che papà, appena concluso l’ultimo capitolo del libro, ha deciso di devolvere in beneficenza l’intero ricavato della vendita di “Oltre il Sahara” per progetti di assistenza umanitaria rivolti alla popolazione di Chinguetti, una città santa nel deserto della Mauritania.
In questi ultimi mesi ho riletto più volte il suo racconto: per dare il mio contributo, per conoscere un po’ di più papà e per misurarmi con un venticinquenne di tanti anni fa. Ma soprattutto ho voluto leggerlo per ritornare bambino, per chiudere gli occhi ancora una volta e sentire la sua voce fondersi con quella del deserto, prima di entrare nel mondo dei sogni.

Per acquistare il libro:
https://www.bertellieditori.it/prodotto/oltre-il-sahara/